CAMERE SEPARATE

stories from the city, stories from the sea

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"non immaginate che si debba essere tristi per essere militanti, anche se quello che si combatte è abominevole. E' il legame del desiderio con la realtà a possedere una forza rivoluzionaria" ****************************** quanta spontaneità nei nostri modi schietti, nelle movenze, i completini perfetti; quando uno è naturale è naturale...

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domenica, 30 gennaio 2005

MIOSI

escher 

C'è una parte di me che avrebbe voluto frequentare una facoltà scientifica. Non tanto per cercare di scrutare i segreti dell'universo, nè tantomeno per capire quando stiamo andando su questa terra... Quello che mi ha sempre affascinato è il linguaggio della scienza: quando sento delle elegantissime formule matematiche o quando percepisco la rarefazione di certe procedure informatiche, quella parte di me che è rimasta ancora alle lezioni di fisica del liceo, si scioglie. Venerdì, durante la lezione del prof. sborgia ho scoperto che i miei occhi (contro i quali non manco di lanciare anatemi, visto che la miopia non ne vuole sapere di stabilizzarsi e sto diventando più cecata della talpa di lupo alberto) sono abitati da sostanze e corpi dai nomi iperuranici come radopsina, uvea o macula, che fanno cose strane come midriasi o induzioni temporali, o ancora che si pongono in uno stato accomodativo... Come non esserne travolta?


Certo, si capisce perchè alla fine abbia fatto lingue. La scienza non è letteratura, anche se talvolta può suonare così. E poi alla fine gli amici miei che fanno gli scienziati si sono ridotti ad essere degli squallidi tecnocrati, senza guizzi, né prospettive critiche su ciò che fanno. E allora non mi resta che aprire D di Repubblica e leggermi la mia dose settimanale della rubrica di Sylvie Coyaud, scienziata appassionata e responsabile, scrittrice impeccabile ed ironica (solo lei poteva avere una trasmissione scientifica dal titolo 'il volo delle oche - in viaggio con la scienza').

In una prossima vita, chissà...


Postato da: deceptacon a 09:44 | link | commenti (9)


sabato, 29 gennaio 2005

“riunione di memorie”
(un post inattuale)


“Ho infatti vissuto il momento della dispersione di un popolo che in altri tempi e luoghi – e nelle nazioni di altri – diventa momento riunione: riunione di esiliati, emigrati e rifugiati, di culture ‘straniere’ marginali; riunione alle frontiere, nei ghetti o nei caffè dei centri urbani; riunione nella vita stentata e condotta all’ombra di lingue straniere, o nel fluire misterioso di una lingua che non è la propria; riunione dei segni di approvazione e accettazione, di gerarchie, discorsi e discipline; riunione di memorie del sottosviluppo, di altri mondi vissuti in modo retrospettivo; riunione del passato in un rituale rivitalizzante; riunione del presente.”
[Homi K. Bhabha, DissemiNazione, in Nazione e narrazione, Roma, Meltemi 1997]

“Se il nostro scopo, le nostre prospettive non si realizzano, e il mondo continua a essere quel che oggi è; se nuovi rapporti sociali non riescono a modificare, in maniera percettibile, la natura dell’uomo – allora diventerò do certo una creatura goffa, impedita, dannata al fallimento, e tale resterò per sempre.”
[Hanna Lévy-Hass, Diario di Bergen-Belsen. 1944-1945, Fusi orari, Roma 2005]

“Ho dato il mio primo bacio ad un ragazzo nel vagone piombato per Auschwitz. Avevo diciott’anni, era l’agosto del ’44. Non so che nome avesse, ma era biondo e aveva un dente storto. Venivamo entrambi dal ghetto di Lodz, lui era portalettere e mi faceva la corte. Eravamo magri e incoscienti. Il coraggio di toccarmi gli venne allora , in mezzo a tutta quella gente, in un viaggio senza ritorno. Non ho più saputo niente di lui.”
[Lula Lubelska, citata in Paolo Rumiz, L’amore al tempo del ghetto, “la Repubblica”, 16-01-2005]

In questi giorni di ubriacatura da memoria non tutto vale. Non tutto può valere. Non vale il cordoglio di chi ha costruito e tiene ben funzionanti i CPT (Centri di permanenza temporanea per migranti), non vale il cordoglio di chi elettrifica e militarizza i confini messicani o ucraini per evitarsi i disagi di uno sviluppo sproporzionato. Non può valere il cordoglio di chi, fino all’altro ieri, negava l’esistenza di campi di concentramento in territorio italiano, anche se è finito a fare il ministro degli esteri ed è amico di quelli che hanno fatto della West Bank (Cisgiordania o Territori occupati) il più grande campo di concentramento a cielo aperto attualmente esistente. Ma la memoria, certo è importante, soprattutto quando agisce con il presente come un perverso dispositivo di revisionismo e cancellazione:

“Che cosa sarà, che cosa deve essere l’Università di Bari? Essa non è un istituto cittadino, né istituto regionale: essa è un istituto della Nazione. Essa dovrà essere la più grande Università dell’Adriatico, faro splendente dal quale si irraggi la luce intellettuale non soltanto su questa generosa terra di Puglia, che dalle sue tradizioni è così ben preparata ad accoglierla, ma anche sulle popolazioni dell’altra sponda. […] L’università di Bari è il ponte che l’Italia getta fra le due sponde dell’Adriatico, fra le quali col crescente e rapido fluiure degli scambi commerciali, si determinerà anche il moto della scienza e dell’arte.”

Questo è il frammento del discorso che il sig. Pietro Fedele (ministro della Pubblica istruzione) pronunciava nel giugno del ’25 per l’inaugurazione dell’Università di Bari e che fa bella mostra di sé su un volantino distribuito dal rettorato. Riconosco in queste brevi righe tutta la retorica della grandeur fascista tesa a progettare il futuro coloniale in Albania e Grecia, mascherato dalla retorica della luce “intellettuale”, della scienza, dell’arte e dei ponti. E so, ricordo, ne ho memoria, che nel ’24 era morto Giacomo Matteotti e nessuno (nessuno) nel ’25 poteva più accampare alibi attendisti nei confronti del neonato regime. Tutte le memorie valgono? Cioè tutte le memorie devono avere lo stesso valore positivo in quanto memorie? e l’interazione delle memorie con il presente? Mi chiedo: esiste un nesso tra questa citazione, l’orientamento ideologico dell’attuale rettorato e il disegno di un faro sulla guida dello studente 2004-2005 con il seguente slogan: “Dal centro del Mediterraneo, al centro del futuro”?

roberto_29-01-2005


Postato da: deceptacon a 10:49 | link | commenti (1)


martedì, 25 gennaio 2005

bari: a winter soundtrack

Andare lungo via Dante alle 8 di mattina, sotto un cielo grigio, basso e precariamente sospeso come una pressa minacciosa è un’esperienza impagabile… ma dubito che ci sia qualcuno davvero disposo a pagare per questo. Io ho la fortuna di viverci, in fondo a via Dante, e quindi ho il ‘dovere’ di raccontare.
La pioggerillina e il freddo non fermano gli uomini delle pulizie condominiali (sì, tutti uomini!) che affollano lo strettissimo marciapiede della strada, armati di scope multicolore e sguardi malinconici e giubbotti neri, possibilmente lucidi. Alzando lo sguardo è tutto uno sventolare di lenzuola, cuscini, materassi e tappeti: l’orgia di palazzi che assediano la strada vomita le scorie della quotidianità, il rito di un’agognata rigenerazione. L’uscita dalla notte è una liberazione dai depositi dell’esistenza.
Mi armo quotidianamente del mio lettore di file mp3, detto ‘mini iPod’, e cerco di sovrapporre altre sensazioni sonore al delirio della strada. I quindici minuti di cammino svelti e intensi meritano un’alternanza di fendenti a ritmi elevati & tappeti sonori piatti, come eco fioche da galassie lontane. Dopo ver oscillato per sei mesi, quasi ossessivamente, tra l’ironia house-pop dei Basement Jaxx, la jungle spasmodica di ‘Urban Drop’ e le atmosfere torbide e pop-glam degli Interpol, oggi ho deciso di sprofondare in “Young Team” dei Mogwai. E mai come oggi Glasgow e Bari sono state così vicine. Una segreta vicinanza che forse spiegherebbe perché i Mogwai amano ‘scendere’ qui per fare concerti e dj set…
Il lento svolgimento delle trame di “Young Team” ha aderito al micro clima urbano come una pellicola trasparente. Si è adagiata sulle occhiaie di passanti sfaccendati, sullo sguardo assente dell’edicolante, all’incedere incerto dei carrelli della spesa di affaccendatissime signore. Quei brevi e cardiocritici climax rumorosi di quasi ogni pezzo dell’album hanno accompagnato gesti intemperanti e animosi di capannelli di maschi aggressivi della specie ‘homo terronicus’. E poi la pioggia, e la condensa del fiato che s’intensifica con l’andare tracciano come un alone magico, come nelle proverbiali atmosfere di Glasgow appunto, o nelle infinite giornate della Bristol dei Portishead e Massive Attack… Ma occorre rallentare, la fine del tragitto è vicina e la musica chiede tempo, la sequenza magica delle tracce dalla 3 alla 5 (Katrien-Radar maker-Tracy-Summer) reclama devozione e ascolto fedele.

Rallentare, rallentare, rallentare rallentare…

roberto_25-01-2005


Postato da: deceptacon a 18:36 | link | commenti (2)

La schedatura genetica è autorizzata e praticata in germania dal 1998. Come sempre hanno iniziato dai “criminali più pericolosi”; adesso invece cercheranno di estenderla ai “cittadini sospetti”, per poi arrivare a tutti, in un modo o nell’altro. E, it goes without saying, sempre in nome della “sicurezza”. (vedi MADE IN GERMANY "Il dna di Schily"di GUIDO AMBROSINO ["il manifesto", 23-01-2005])

Leggendo tutto ciò non posso fare a meno di pensare a spielberg e a minority report. Non c’è niente da fare quell’uomo è proprio un re mida al contrario: non appena tocca temi estremamente contingenti e scottanti (vedi A. I.) ne fa scempio. Ancora mi chiedo come sia riuscito a ridurre il problema del paradigma securitario e del controllo biopolitico ad una mera questione di libero arbitrio e di mistici veggenti. Alla fine quel film non coglie affatto i segni (che pure sono già nell’aria da parecchio), delle derive della società tecnologicamente sorvegliata ed invece non fa che riscrivere, in salsa tecno-cool, l’antica questione del destino dell’Uomo e della sua libertà come volontà (se il destino è già scritto, posso cambiarlo? Tutte le scene cruciali ruotano attorno a questa domanda). Persino il tema delle tre “cassandre” al contrario avrebbe potuto essere sviluppato molto meglio, se non fosse stato schiacciato al punto di cui sopra. Anche la storia di Agatha, in fondo, si riduce alla volontà di decidere del proprio destino…
Il fatto è che il film non ha nulla della migliore fantascienza; la tecnologia è solo un pretesto per rendere seducenti le immagini. Che cosa ci dice sullo stato delle nostre tecnologie (o su quelle future, anche solo ipotizzate) questa storia di visioni e caccia al ladro? Niente a che vedere, per esempio, con un Fino alla fine del mondo, molto meno “tecno” ma molto più permeato dagli interrogativi che le innovazioni tecnologiche ci pongono. Per non parlare di un film furbo e anche abbastanza calcolato come Matrix che, nonostante i suoi palesi limiti, è avanti anni luce rispetto a questa paccottiglia.

Alla fine le domande serie rimangono al di fuori di questo film e bruciano: quale è la differenza tra la schedatura delle impronte digitali e quella del dna? Quale futuro ci attende?

angela
 


Postato da: deceptacon a 09:08 | link | commenti

FACCIO OUTING!


Che qualcosa fosse irrimediabilmente cambiato l'ho capito sabato pomeriggio. Dopo tre ore di fila dietro alle peripezie (poco)erotico-(molto)chic delle quattro newyorkesi di sex and the city, non ho potuto non chiedermi: com'è che mi sono ridotta così? Forse, ho pensato, finirò come gerardo..., quel personaggio in Caro Diario che passa decide di starsene lontano dal tubo catodico per dedicarsi allo studio dell'ulisse (scelta discutibile), per poi perdere la testa per BEAUTIFUL e altre sciampistissime amenità televisive! Il problema è che ho un debole per le serie tv e se prima la cosa si teneva a freno da sé, data la mia incapacità di assecondare i flussi e gli orari televisivi, con questa trovata di spacciare intere stagioni in dvd, il rischio è che finirò con il barricarmi in casa a farmi di “will & grace” o “ellen”...!!!

Ma ritorniamo all'oggetto dell'outing, ovvero Sex and the City. Uscita dall'effetto narcotizzante di tutti quei sandali Manolo Blahnik, i cocktail, le manicure e la costante impressione di avere un vogue animato scorrermi davanti agli occhi, mi chiedo: ma come è possibile essere uscita (snobisticamente) indenne ad anni di passaggi tv, per poi comprarmi non 1, ma ben 4 dvd e, quel che è peggio, che mi siano anche piaciuti?

Ragioniamo...

premesso che

a)non ho mai avuto, né mai avrò, amiche come quelle;

b)che non ce n'è una tra loro in cui mi riconosca, neanche lontanamente;

c)che mi suscitano una discreta dose di invidia sociale, perchè l'unica precarietà che sembrano conoscere è quella sentimentale (che può non essere poca roba, ma se poi ci aggiungi quella lavorativa e di un futuro pieno di incertezze...)

d)mi prende un'irrefrenabile orticaria ogni volta che sento nominare una griffe (naomi klein lascia il logo)

e)è risaputo che al cosmopolitan preferisco di gran lunga il fragolino (con tanto di fragoline di bosco)

f)che di oltraggioso e spudorato il telefilm ha solo l'ostentato classismo e americocentrismo...


premesso tutto ciò, tuttavia devo ammettere che la serie ha più di qualche pregio, come ad esempio il fatto di essere sferzante e implacabile, di avere dei dialoghi ben costruiti ed arguti come se ne sentono raramente in tv e poi, cosa più importante, che le arie perfettine delle tipe sono così puntualmente smontate da quello che gli succede(come in effetti appare già dalla sigla) da rendere piacevolissima ogni puntata e fare di loro, nonostante tutto, dei personaggi indimenticabili.

Ma è meglio che questa apologia di sex and the city si concluda qui. Non voglio vestire i panni (vintage, fashion o streetware?) della paladina di Carrie & co., ma volevo soltanto esternare questa mia debolezza verso il potere e il fascino di certe droghe televisive. Tutti abbiamo una serie inconfessabile che ha lasciato il segno dentro di noi, o no? (Ogni riferimento a “Un medico tra gli orsi” o “Nip & Tuck” è assolutamente deliberato)


angela


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sabato, 22 gennaio 2005

opzione: ‘diserzione’

diserzione – obiezione – rifiuto – sottrazione – abbandono – rinnegazione – sconfessione – defezione – ripulsa – renitenza – rinuncia – rigetto – ritiro – astensione – ripudio – disconoscimento – contestazione – condanna – disubbidienza – opposizione – diniego – protesta – disapprovazione – critica


“Il nonluogo della guerra è quello dei turisti con tanto di casco e armi blindate, missili e aiuti alimentari, che si stupiscono, fuori da casa loro, di non essere più a casa loro; fuori dal linguaggio, di non riuscire a farsi capire; fuori dal diritto, di incontrare la violenza.”
[Marc Augé, “Sotto le macerie anche le parole” – “il manifesto” 6-04-2003]

“Non è uno stato di natura, la guerra permanente, ma una scelta. L’altra scelta è quella di andarcene dall’Iraq. […] Dovevamo smobilitare dopo la cessione di sovranità, ma avvenne in una lugubre cerimonia semiclandestina e non era abbastanza. A ogni scadenza segue una proroga, come un condono fiscale ma coperto du sangue. E il disfattismo è diventato un dovere. Nove mesi fa un colpo di mortaio uccise il caporale Matteo Vanzan. Da allora si sono ritirati l’Honduras, la Repubblica dominicana, la Norvegia, il Kazakistan, le Filippine. Hanno annunciato di volerlo fare la Bulgaria, il Portogallo, la Polonia, l’Ucraina, l’Olanda. L’Italia resta in trincea, anzi ha rafforzato il contingente. C’è una guerra in corso, e noi siamo i cattivi. Facciamola finita.”
[Roberto Zanini, “Facciamola finita” – “il manifesto”, 22-01-2005]

roberto_22-01-2005


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martedì, 18 gennaio 2005

 

“verso sinistra”!

I viaggi della speranza non finiscono mai… La notte sull’autobus che porta me & Franko (veterani dei viaggi della speranza musicali) a Roma non passa, è angosciante. Il punto è: che ci andiamo a fare all’incontro “verso sinistra”, indetto dal “manifesto”? Domanda ricorrente nei momenti peggiori: al pagamento dei 50 euro per il biglietto, e quando la notte avvolge tutto ed è come se i finestroni del bus a due piani fossero tende nere. Le ore scorrono ma la geografia rimane oscura. Le autostrade di quest’italietta schiava della gomma si assomigliano tutte. Dove siamo? Quando si arriva? L’ascolto ripetuto del solito “Riot on an empty street” dei Kings Of Convenience mi culla e insieme innesca pensieri a diramazioni multiple. Che ci stiamo andando a fare all’incontro: “Franko, ma secondo te, abbiamo fatto una cazzata? Ad andare a Roma, dico…”

Arrivati a Tiburtina siamo nel regno della semioscurità, la fauna è quella di una Roma travolta dal globale, silenziosa & gelida: migranti dell’Europa orientale con le barbe del nomade a tempo indeterminato e altre migranti accasciate, assonnate, sui bagagli, le spalle al muro; e poi viandanti apparentemente senza meta, lo sguardo già lontano. E quel freddo acuto e pungente che fa fare le bollicine al cervello, frusta i pensieri. Arriviamo per primi alla fiera di Roma, sono le 7 passate: è record… tant’è che i soliti figuri della sicurezza ci dicono che non si può entrare: “Ma veniamo da Bari e fa freddo”. Niente. Bisogna resistere ai soprusi di questi relitti sociali post-11 settembre… Un “compagno di Liberazione” (come dice lui) di Genzano, ci offre un caffè con bestemmia: inveisce tra i denti contro i manifesti di Storace: la città è tappezzata. Tornati al cancello una compagna di Roma s’impone e ci fa entrare: “e che cavolo, siamo di sinistra!” Il “clima” è quello giusto: si respirano aspettative e speranze. Ovunque le insegne del manifesto, le bandiere della pace e poi bandiere rosse ma anonime. Ci guardiamo per capire chi c’è; si vedeno Benni, Parlato, Rossanda, Ginsborg è inconfondibile! La sala si affolla rapidamente, molti restano in piedi: alle 10:30 in punto Valentino Parlato richiama tutti alla compostezza dell’ascolto per i primi tre interventi (Alberto Asor Rosa, Gabriele Polo del “manifesto” e Susan George di Attac) ai quali seguiranno senza sosta decine di interventi di 10 minuti ciascuno.

Siamo investiti da un  fiume di parole investite dal calore della condivisione. Tutti ascoltano appassionatamente, spesso si sollevano urla di contestazione o approvazione: molte facce sono tese, una morfologia del volto che disegna la voglia profonda, sfrenata di sentire (almeno per una volta) “qualcosa di sinistra”! Ci sono interi gruppi di persone e associazioni che spendono la loro vita a lottare per i diritti, e per momenti come questo in cui rivendicare una presenza e progettare finalmente il cambiamento. Qui l’identità non è la cristallizzazione ideologica o sociale di una posizione acquisita ma solo un piccolo appiglio in una militanza votata alla molteplicità, all’ibridazione, alle differenze, all’indecidibile e alla contraddizione. 

Polo sottolinea con forza che “nominare il capitalismo” significa “esplicitare la materia contro la quale si stabilisce la propria autonomia”: l’autonomia culturale e la non negoziabilità di beni primari (acqua, sapere, comunicazione) devono essere alla base della sfida politica a Berlusconi e al berlusconismo. Asor Rosa s’infervora spesso per affermare che i presenti non sono una forza “residuale, marginale e periferica”, che la politica si fa in pubblico e non al chiuso delle stanze del potere e che la delega, pur irrimediabile, va ridotta alle sue funzioni fisiologiche: il resto spetta di diritto ai movimenti sociali. Propone una politica votata al mutamento e non alla mera amministrazione che si esplichi (da qui al 2006) attraverso una “camera di consultazione permanente”, “processuale enon burocratica, propositiva e non decisionale”. Per Bertinotti la fuorisuscita dalla minorità passa attraverso la sconfitta delle destre insieme alla fondazione di un reale processo riformatore, rivolto ad una proposta politica concretamente riformatrice. Ed auspica un ritorno del conflitto tra capitale e lavoro, una ricomposizione del lavoro salariato pur nelle sue complesse diversificazioni; ma incita soprattutto alla nascita di “una cultura critica del capitalismo nella sua forma attuale: la globalizzazione neoliberista”. Ginsborg pensa alla capacità di questi movimenti di saper influenzare l’azione politica di un centrosinistra di governo, dal basso: su temi centrali (anche se spesso snobbati) come la televisione pubblica che riceva i finanziamenti per l’informazione e l’approfondimento; e le questioni di genere “che non sono solo emancipazione, uguaglianza e pari opportunità”. E poi interviene Rossanda: “Vorrei sapere cosa mi risponderebbero molti di voi se chiedessi un’opinione sul socialismo”… minuta e piena di contraddizioni sbandierate, con quella sua lieve nostalgia fin de siécle pe un Novecento così dirompente e così crudele…

Ci sarebbe molto da riportare, ma è “tardi” e il pensiero già corre alla candidatura di Vendola alla presidenza della regione Puglia: non riesco a non associare gli eventi di questa due giorni in cui abbiamo scoperto che c’è della “vita a sinistra”. Si sta aprendo un varco spazio-temporale in cui è ancora possible intervenire per cambiare processi e divenire. Un varco piccolo, un fenditura che bisognerà tenere aperta, squarciata se necessario: per intevenire e ri-semantizzare il mondo.

Uno degli ultimi interventi di “verso sinistra” è stato quello di Caruso, naturalmente vacuamente polemico, contro il presunto politicismo della manifestazione: “Noi siamo più la generazione del fare che del raccontare… non siamo bravi coi racconti”… che rozzezza, da parte di uno che ama rotolarsi nei divani di Vespa e non ha capito che il “movimento contro questa globalizzazione” (di cui millanta una leadership) nasce proprio rivendicando la necessità di “una nuova narrazione del mondo”. E che il raccontare, troppo spesso dileggiato, ha sempre a che fare con le vite, con la resistenza di vicende singolari o plurali che provengono (se ci protendiamo all’ascolto) da coloro a cui il raccontare è negato: nel presente e nella storia.

roberto _ 17 e 18-01-2005


Postato da: deceptacon a 00:52 | link | commenti


lunedì, 10 gennaio 2005

 

a proposito di turismo della democrazia

 

Poco meno di un anno fa Berlusconi inveiva contro i parlamentari europei riuniuti in seduta plenaria apostrofandoli “turisti della democrazia”. Senza forzature interpretative credo intendesse qualcuno capitato per caso o per svago nel regime politico noto appunto come “democrazia”… Si sa, in un paese come l’Italia i paradossi si sprecano: lo stesso signore un paio di settimane fa ha parlato di “svolta epocale” nella politica italiana. In un certo senso ha ragione; siamo dentro un tempo che mi ricorda quello raccontato da una mia anziana zia, ragazzina nei primi anni Quaranta: a Bari qualche giorno fa una bambina è morta letteralmente di fame, così come due gemelline a Foggia non più di un mese fa. Per non parlare di due treni che si scontrano su un binario unico (!) tra Bologna e Verona… la svolta è certamente epocale, il risvolto è inquietante.

Ma non c’è solo l’Italia: lo tsunami nel sud-est asiatico ha provocato la morte di centinaia di “turisti della democrazia”: cioè turisti proveniente da paesi “democratici” (nel senso comune: “occidentali”); ma anche portatori ambulanti di democrazia perché, come vuole la vulgata, dove c’è turismo c’è sviluppo e, quindi, democrazia! E questo Berlusconi lo sa bene: chiedere ai sardi per conferme. Ma anche ai thailandesi, per restare al sud-est asiatico: in Thailandia il presidente del consiglio è un signore che ha il monopolio della comunicazione televisiva… Forse è un caso, forse sono solo un complottista, o forse siamo dentro un “regime mediatico globale” e ci va bene così.

 

roberto _ 10-01-2005


Postato da: deceptacon a 20:10 | link | commenti (2)


domenica, 02 gennaio 2005

 â€œLa rabbia della terra ha distrutto i paradisi poveri che vivono aggrappati al benessere delle nostre vacanze. […] Ammettiamolo, l’angoscia è ingigantita dal fatto che quelle meraviglie esotiche nell’era dei charter e dei tour operator sono diventate ormai vicinissime. Questa non è la solita strage dei poveri in qualche delta indiano o bengali inondato, dove i bilanci delle vittime si trasformano purtroppo in statistiche astratte. […] Questa ecatombe nel cuore del turismo globale espone una contraddizione stridente. Da un lato con i Boeing 747 e i villaggi ClubMed abbiamo cancellato le distanze. Ma nel momento del dramma e del dolore le distanze tornano ad essere enormi: fra il lusso delle infrastrutture turistiche e l’arretratezza delle infrastrutture di sicurezza e prevenzione; fra i soccorsi riservati ai turisti degli alberghi a 5 stelle, e gli aiuti che il resto della popolazione rischia di attendere a lungo. […] La scienza della previsione dei maremoti deve ancora fare molta strada per proteggerci efficacemente. Ma anche in assenza di previsioni affidabili, la prevenzione dei danni ha fatto progressi immensi, e dà risultati importanti anche se il sisma colpisce all’improvviso e senza preavviso. Il Giappone è il modello esemplare di un paese soggetto a terremoti e maremoti, che da anni riesce a mantenere bassissimo il livello delle vittime. Questo non succede per caso.â€

[da “Paradiso e povertà†di Federico Rampini – “la Repubblicaâ€, 27-12-2004]

 

“[…] Per interi continenti di middle class, l’Oceano Indiano era con le sue isole e le sue coste un sogno di poter raggiungere, dopo risparmi più o meno lunghi, almeno una volta nella vita […]. Un sogno bello e fascinoso, non solo per il mare fuori stagione e fuori del proprio emisfero, ma per la bellezza inarrivabile rsipetto al grigiore e allo smog quotidiani di casa propria. […] Nel momento in cui la Terra sembra ribellarsi ed esplodere, quel ‘paradiso’ non c’è più, viene sottratta l’ultima illusione di eden del pianeta, sostituita da file di cadaveri sporchi come nella più sanguinaria delle guerre (le stesse dalla cui cappa funerea ci si illuede magari di sfuggire rifugiandosi nell’atollo). Certo fa rabbia che al di là della penisola di Malacca, il Giappone abbia predisposto con le sue tecnologie un sistema di preallarme e protezione rispetto agli tsunami che è pura fantascienza per le popolazioni povere che si affacciano sull’Oceano Indiano. Fa dolore che in fondo i turisti che là avevano â€scelto di andare , se la siano cavata meglio di centinaia di migliaia di uomini e donne che su quelle coste infide conducevano la loro povera vita. […] Anche i più pigri e miopi, sentono che cè una necessità di cambiamento nei rapporti col mondo. Un’istanza magari infantile e nebulosa , ma che impone di verificare nuovamente ogni certezza acquisita nelle nostre belle sicurezze. Che ormai fanno acqua, letteralmente, da tutte le parti.â€

[da “Cacciati dal paradiso terrestre† di Gianfranco Capitta – “il manifestoâ€, 28-12-2004]

 

“La transizione dall’era militare all’era industriale, annunciata dal fondatore del positivismo a partire dal 1830, era decisamente lenta a compiersi. Eppure l’appartenenza dell’umanità a un destino e a un calendario comuni, sancita com’era dall’onnipresenza delle informazioni planetarie, risultava sempre più incredibile.â€

[da “Lanzarote†di Michel Houellebecq – Bompiani, Milano 2000]

 

 

A una settimana dallo “tsunami†che ha travolto i paesi del sud-est asiatico non riesco a farmi convincere dall’argomento dell’imprevedibilità e dell’incontrollabilità delle forze della natura. Pur non cedendo fideisticamente alle lusinghe della tecnica è impossiible non pensare (con rabbia!) che in Giappone le conseguenze distruttive di simili eventi vengono grandemente ridimensionate da sofisticati rilevatori di maremoti: che “naturalmente†in sud-est asiatico NESSUN paese possiede. Perché?

Per molto tempo (20 anni?) ci hanno raccontato di un un’intera parte dell’Asia come nuovo modello di sviluppo aggressivo e non nocivo: la speculazione finanziaria “giocata†nei palazzi di vetro & acciaio di Bangkok e Jakarta, le tecnologie informatiche avanzatissime in India, Singapore, Malaysia e poi il mitico turismo (spesso orientato allo sfruttamento sessuale) negli “ultimi paradisi della terraâ€: Thailandia, Sri Lanka… Ma nessuno poteva non sapere che tutto ciò non ha sviluppato ASSOLUTAMENTE NULLA: se non un sistema bancario che proteggesse i nuovi ricchi locali e le élite globali neocoloniali per metterli all riparo dai cataclismi degli ultimi anni: crisi finanziarie, crisi della “new economyâ€, e tsunami vari.

Ciò che ancora una volta mi stupisce è che noi non sapessimo nulla di nulla, pur credendo di conoscere il mondo: stiamo subendo una progressiva americanizzazione del pensiero: l’ignoranza militante di ciò che è “fuori†di noi. Che da un lato ci mette al riparo dal vedere ciò che già vediamo benissimo: che non c’è più alcuno “sviluppo sostenibileâ€, se non al di fuori di qualsiasi logica attuale. E che crediamo così di frapporre barriere immaginarie tra “noi†e “gli altriâ€: ma non c’è più un fuori o meglio l’interdipendenza globale ci forza (o dovrebbe forzarci) a pensare in un prospettiva planetaria.

Dunque, il maremoto in sud-est asiatico non può avere nulla a che fare con il fatalismo: ancora una volta dobbiamo misurare l’enormità dell’ingiustizia globale; dobbiamo sapere (ammettere?) che il livello di conoscenze tecnologiche acquisite è tanto elevato quanto è abnorme il dislivello di disponibilità delle stesse tecnologie. Che il colonialismo esiste sotto altri nomi: copyright, biogentica, WTO/OMC, esternalizzazione, esportazione di democrazia, guerra al terrorismo, turismo…

 

roberto _ 02-01-2005


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