CAMERE SEPARATE

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Utente: deceptacon
"non immaginate che si debba essere tristi per essere militanti, anche se quello che si combatte è abominevole. E' il legame del desiderio con la realtà a possedere una forza rivoluzionaria" ****************************** quanta spontaneità nei nostri modi schietti, nelle movenze, i completini perfetti; quando uno è naturale è naturale...

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venerdì, 23 novembre 2007

Remember, remember the 25th of November

Partorito dalle sfavillanti menti e corpi delle Comunicattive e del Sexyshock, è un comunicato che condensa molte delle riflessioni che hanno accompagnato la preparazione a questa manifestazione di domani contro la violenza sulle donne(se volete potete sottoscriverlo qui).
 
E' proprio così, una manifestazione è quello che ci vuole, ma non basta. Bisogna moltiplicare gli spazi, disseminare le pratiche, aprire squarci nell'asfissiante silenzio e riaccendere la critica.
A domani, per chi ci sarà!
con tutto il cuore
deceptacon



NON TI SCORDAR DI ME
contro la violenza c'è bisogno di una politica inclusiva, reti e condivisione

Una manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne è proprio quello che ci vuole,
soprattutto in questi brutti tempi.

Da anni lavoriamo nei nostri territori sulla violenza di genere:  machista e misogina ma anche omofoba e transfobica, puntando strategicamente le nostre energie sul piano della produzione di  immaginario, ben consapevoli che la violenza non e' il mostruoso,  l'alieno, l'altro da noi, ma e', per l'80%, la normalita' delle relazioni di potere dentro la famiglia. La violenza e' un aspetto  strutturale della cultura socialmente condivisa, quella che ci  costruisce come donne e uomini, produce i corpi e li normalizza, li riconduce a rigidi ruoli di genere, come fossero un destino.

Lavoriamo per tentare di svelare le retoriche securitarie che costruiscono le donne - quelle "per bene" - come soggetto debole, da proteggere, da salvare, soggetto della paura. La stessa logica che specularmente autorizza ad esercitare violenza, o tollerare quella altrui, sul corpo delle donne se camminiamo di notte per la citta' con  i tacchi a spillo, rinchiudendoci nello stereotipo delle "donne per  male", che "se la cercano".

Lavoriamo per smontare lo schema della vittima, del bruto e del  salvatore, dove spesso il bruto viene "etnicizzato"  e la donna vittimizzata per giustificare politiche razziste e persecutorie. Aggiungendo violenza alla violenza.

Dell'appello alla manifestazione "contro la violenza maschile sulle donne" del 24 novembre a Roma condividiamo quindi la presa di posizione antirazzista, l'idea che la violenza contro le donne non sia devianza di singoli, cosi' come la  volonta' di rigettare le strumentalizzazioni a fini securitarie.
Molte di noi hanno deciso di partecipare attivamente alla manifestazione, nonostante le critiche mosse al metodo con cui essa e' stata organizzata e all'impostazione che ha assunto. Alcune hanno invece deciso di non partecipare. A prescindere dalla scelta di essere o non essere a Roma, tutte noi, in modo significativo, continuiamo a interrogarci sui contenuti e le modalita', sugli obiettivi e sulle strategie, tenendo vivo un dibattito di estrema importanza.

Secondo noi il senso di una manifestazione, che sappiano, da sola, non puo' risolvere la complessa rete di fattori che genera la cultura della violenza contro le donne, sta nella visibilita' pubblica che produce, nella moltiplicazione della partecipazione collettiva, nei meccanismi di comunicazione che innesca.

Riteniamo quindi che la manifestazione del 24 debba dare un forte segnale di protagonismo delle donne ponendosi al contempo come uno spazio per connettere i tanti progetti e le molteplici reti di donne, ma anche quelle maschili (purtroppo ancora poche) che lavorano contro la violenza quotidianamente, con i propri strumenti e  linguaggi.

In questo senso troviamo riduttiva la scelta del separatismo come  strategia politica tout court, compiuta per altro con modalita' assembleari molto lontane dal metodo del consenso che ci piacerebbe praticare nella costruzione di relazioni e reti politiche. E' una  scelta che viviamo come non rappresentativa dei nostri percorsi e  della pluralita' di pratiche e di femminismi, potenzialmente  escludente, soprattutto poco efficace rispetto all'obiettivo di una "battaglia culturale che sconfigga una volta per tutte patriarcato e  maschilismo."

Battaglia culturale che necessita di un forte ed efficace movimento contro la violenza alle donne  basato su un ampio raggio di alleanze: dalla vicina di casa capace di percepire il dramma che si sta svolgendo nella porta accanto, ai finanziamenti ai centri antiviolenza, alle esperienze dei corsi di autodifesa.

L'efficacia politica sta nel moltiplicarsi di spazi e strategie contro la violenza che parlino a tutte, e a tutti, perche' purtroppo anche le donne riproducono la cultura della  violenza. Perche' se gli uomini non s'interrogano su come il patriarcato impone loro un ruolo che non ha nulla di naturale e non si  responsabilizzano rispetto alla violenza, e' difficile che la  battaglia culturale possa essere vinta.

Ci vedremo a Roma, ognuna con le sue pratiche e i suoi percorsi con la speranza che il dibattito e il confronto proseguano anche dopo. NON TI SCORDAR DI ME
contro la violenza c'è bisogno di una politica inclusiva, reti e condivisione

Una manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne è proprio quello che ci vuole,
soprattutto in questi brutti tempi.

Da anni lavoriamo nei nostri territori sulla violenza di genere:  machista e misogina ma anche omofoba e transfobica, puntando strategicamente le nostre energie sul piano della produzione di  immaginario, ben consapevoli che la violenza non e' il mostruoso,  l'alieno, l'altro da noi, ma e', per l'80%, la normalita' delle relazioni di potere dentro la famiglia. La violenza e' un aspetto  strutturale della cultura socialmente condivisa, quella che ci  costruisce come donne e uomini, produce i corpi e li normalizza, li riconduce a rigidi ruoli di genere, come fossero un destino.

Lavoriamo per tentare di svelare le retoriche securitarie che costruiscono le donne - quelle "per bene" - come soggetto debole, da proteggere, da salvare, soggetto della paura. La stessa logica che specularmente autorizza ad esercitare violenza, o tollerare quella altrui, sul corpo delle donne se camminiamo di notte per la citta' con  i tacchi a spillo, rinchiudendoci nello stereotipo delle "donne per  male", che "se la cercano".

Lavoriamo per smontare lo schema della vittima, del bruto e del  salvatore, dove spesso il bruto viene "etnicizzato"  e la donna vittimizzata per giustificare politiche razziste e persecutorie. Aggiungendo violenza alla violenza.

Dell'appello alla manifestazione "contro la violenza maschile sulle donne" del 24 novembre a Roma condividiamo quindi la presa di posizione antirazzista, l'idea che la violenza contro le donne non sia devianza di singoli, cosi' come la  volonta' di rigettare le strumentalizzazioni a fini securitarie.
Molte di noi hanno deciso di partecipare attivamente alla manifestazione, nonostante le critiche mosse al metodo con cui essa e' stata organizzata e all'impostazione che ha assunto. Alcune hanno invece deciso di non partecipare. A prescindere dalla scelta di essere o non essere a Roma, tutte noi, in modo significativo, continuiamo a interrogarci sui contenuti e le modalita', sugli obiettivi e sulle strategie, tenendo vivo un dibattito di estrema importanza.

Secondo noi il senso di una manifestazione, che sappiano, da sola, non puo' risolvere la complessa rete di fattori che genera la cultura della violenza contro le donne, sta nella visibilita' pubblica che produce, nella moltiplicazione della partecipazione collettiva, nei meccanismi di comunicazione che innesca.

Riteniamo quindi che la manifestazione del 24 debba dare un forte segnale di protagonismo delle donne ponendosi al contempo come uno spazio per connettere i tanti progetti e le molteplici reti di donne, ma anche quelle maschili (purtroppo ancora poche) che lavorano contro la violenza quotidianamente, con i propri strumenti e  linguaggi.

In questo senso troviamo riduttiva la scelta del separatismo come  strategia politica tout court, compiuta per altro con modalita' assembleari molto lontane dal metodo del consenso che ci piacerebbe praticare nella costruzione di relazioni e reti politiche. E' una  scelta che viviamo come non rappresentativa dei nostri percorsi e  della pluralita' di pratiche e di femminismi, potenzialmente  escludente, soprattutto poco efficace rispetto all'obiettivo di una "battaglia culturale che sconfigga una volta per tutte patriarcato e  maschilismo."

Battaglia culturale che necessita di un forte ed efficace movimento contro la violenza alle donne  basato su un ampio raggio di alleanze: dalla vicina di casa capace di percepire il dramma che si sta svolgendo nella porta accanto, ai finanziamenti ai centri antiviolenza, alle esperienze dei corsi di autodifesa.

L'efficacia politica sta nel moltiplicarsi di spazi e strategie contro la violenza che parlino a tutte, e a tutti, perche' purtroppo anche le donne riproducono la cultura della  violenza. Perche' se gli uomini non s'interrogano su come il patriarcato impone loro un ruolo che non ha nulla di naturale e non si  responsabilizzano rispetto alla violenza, e' difficile che la  battaglia culturale possa essere vinta.

Ci vedremo a Roma, ognuna con le sue pratiche e i suoi percorsi con la speranza che il dibattito e il confronto proseguano anche dopo.


Postato da: deceptacon a 19:17 | link | commenti (2)
soggetti incarnati, domani è un altro giorno, choose life


venerdì, 02 novembre 2007

La lunga miccia dello stato di emergenza
L'uso della violenza maschile e il deterioramento della vita pubblica

Espulsioni, deportazioni, pogrom. Una donna viene massacrata e questa tragedia viene usata come arma per mettere in atto meccanismi di violenza e punizione razziale. Ancora una volta sui corpi delle donne si inscrive il pretesto per compiere crimini di stato. Anche solo sulla base di un "sospetto" di "pericolosità". Siamo già dentro un incredibile stato di polizia razzista e vendicativo, che demanda il potere di espulsione di cittadini comunitari ai prefetti. Lo stato di diritto costituzionale è sospeso, nessun* si senta sicur*. Meno che mai le donne, per le quali la deriva securitaria non fa che peggiorare le condizioni in cui nasce la violenza contro di noi, il femminicidio in atto ovunque, soprattutto in contesti familiari e prontamente derubricato sotto la voce "tragedia familiare".

Si scava nel marcio dei risentimenti di un paese stremato dallo stagnante dibattito politico, dalla mancanza di una visione etica e da una situazione economica al collasso. E in queste occasioni c'è sempre un topo da stanare, un capro espiatorio da agitare come sacrificio sull'altare degli istinti più bassi di una comunità nazionale. Il ventre molle sussulta e la politica accorre. Dai lavavetri alle espulsioni: come era prevedibile.
Veltroni si è lanciato in un insostenibile delirio razzista nella giornata di mercoledì:
"Prima dell'ingresso della Romania nell'unione europea, Roma era la città più sicura del mondo".
"Il 75,5% degli arrestati dei carabinieri tra gennaio e agosto di quest'anno sono romeni".
"Senza rimpatri non ne usciamo".
"...a nessun paese deve essere permesso di aprire i boccaporti".
"Bisogna essere estremamente duri con chi viene nel nostro paese per stroncare vite umane".
"Mi auguro che continui il lavoro già grande che è stato fatto: 720 manufatti sono stati buttati giù, migliaia di persone trasferite".

Mentre il prefetto di Roma, Carlo Mosca, ha detto:
"Firmerò subito i primi decreti di espulsione. La linea dura è necessaria perché di fronte a delle bestie non si può che rispondere con la massima severità. Se l'equazione "rumeni uguale delinquenti" è inaccettabile, tuttavia è altrettanto vero che gli individui pericolosi vanno sbattuti fuori. L'acqua deve essere ripulita dai pesci infetti anche a tutela dei tanti connazionali che arrivano in Italia per lavorare onestamente"

Non possiamo accettare questo linguaggio, non possiamo accettare che lo vita pubblica italiana venga gestita da questi personaggi, non riteniamo eticamente ed emotivamente sostenibile l'idea che la polizia si aggiri nelle strade d'Italia alla caccia di cittadini rumeni o di qualunque altra nazionalità. Non possiamo accettare che la cultura della violenza maschile venga legittimata come violenza di stato razzista, in uno stato d'eccezione.
Dobbiamo mobilitarci. Non si può rimanere a guardare. La manifestazione del 24 Novembre sarà un modo per dire che tutto questo non può avvenire in nome delle donne e che per eliminare la violenza sui nostri corpi ci vogliono cambiamenti culturali ampi e non inutili provvedimenti repressivi. Ma anche questo non basta. Il sindaco di Bari, Michele Emiliano, già si bea dell'approvazione del pacchetto sicurezza e delle misure repressive che potrà mettere in atto. E' necessario opporsi, a livello locale, nazionale, dell'immaginario collettivo e del senso comune, perché questa deriva si arresti.
Camereseparate - deceptacon, poorLeno

P.s. Leggetevi anche i densi e illuminanti post della tagliente FikaSicula qui e qui.


Postato da: poorLeno a 11:39 | link | commenti (13)


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