"non immaginate che si debba essere tristi per essere militanti, anche se quello che si combatte è abominevole. E' il legame del desiderio con la realtà a possedere una forza rivoluzionaria"
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quanta spontaneità nei nostri modi schietti, nelle movenze, i completini perfetti; quando uno è naturale è naturale...
"Bisogna imparare a discernere le possibilità non realizzate che sonnecchiano nelle pieghe del presente. Bisogna voler afferrare queste possibilità, afferrare ciò che cambia. Bisogna osare rompere con questa società che muore e che non rinascerà più. Bisogna osare l’Esodo."
André Gorz, Miserie del presente, ricchezze del possibile
“Dai microfoni su piazza e in tv. Tutto di basso profilo, qualche bugia, qualche furberia ma il quadro è chiaro. È il momento di pensare da soli, elettori maschi e femmine e giovani che avranno la scheda per la prima volta. Non affidiamoci agli umori, quelli che piacciono ai sondaggi. Come è successo al tempo del «Silvio facci sognare», lo slogan più scemo del secolo. Siamo alfabetizzati, abbiamo non solo speranze e delusioni ma comprendonio e memoria.
Gli elementi per valutare a chi dare il voto ci sono tutti, nel presente e nel passato prossimo. […] Per conto mio, tanto perché sia chiaro, voterò Bertinotti. So bene che la Sinistra Arcobaleno non ha dato tutte le risposte, ne ha date, siamo sinceri, solo alcune. Ma è la sola ad avere posto questi problemi. Ed è per questo che la si vuole cancellare dalla scena politica. Il più accanito sembra il Pd, come succede quando si ha che fare con il proprio passato, che non si riesce a elaborare e si vorrebbe liquidare. Bisogna essere ben obnubilati dalla passione, e forse da una certa angoscia, per accusare Bertinotti di aver «segato» l'albero di Prodi. Come fosse stato lui ad averlo fatto cadere, invece che Mastella, Dini e soci.
Lasciamo andare. Io voto Bertinotti perché voglio che una sinistra seria e non pentita resti su piazza. E perché la Sinistra Arcobaleno intende rielaborare tutto quello di cui sopra, e prima, e altro. Non sarà semplice, non dovranno essere loro soli. Tutti portiamo qualche livido addosso. Ma non siamo morti, né staremo zitti.”
“Allora votare per quel che passa il convento, visto che al gioco elettorale bisogna partecipare secondo le regole e i limiti elettorali. Perché non votare è già un voto, proprio come non decidere è una decisione. Voterò quindi Sinistra arcobaleno, sapendo però che il centro dello scontro politico oggi si situa altrove, e ricordando che mai un parlamento eletto ha approvato «buone leggi» senza una forte pressione dall'esterno. Tutte le riforme degne di questo nome, dal voto alle donne conquistato dalle suffragette, alle ferie pagate del fronte Popolare, allo statuto dei lavoratori dell'autunno caldo, al divorzio e all'aborto, tutto è avvenuto solo su pressione esterna da parte di movimenti di piazza, violenti e non violenti.
Il voto non cambierà molto (anche se un esito diverso negli Usa avrebbe forse risparmiato al mondo una guerra in Iraq). Però con le elezioni avviene quel che capita con le «libertà formali» che non rendono davvero liberi, ma la cui assenza rende davvero schiavi. Così il voto ha scarsa influenza, ma le società che non votano stanno parecchio peggio. Accettiamo quindi di (ap)portare la nostra croce.”
[Marco D’Eramo, La crocetta del cittadino – “il manifesto”, 08-04-2008]
In attesa di ricevere e postare le foto del LOTTO marzo barese di lotta in cui abbiamo distribuito prezzemolo, letto testimonianze e ballato, vi linko questo bel set di immagini della manifestazione di bologna, scattate da Maurizio Cecconi. Ah se questo palloncino potesse portare via con sè i vari Ferrara, Ratzinger e Ferretti!
Carcere caserma fabbrica. Sovergliare ma anche punire, democraticamente
Le ultime candidature annunciate da Veltroni nelle liste del Pd lasciarebbero senza fiato qualsiasi cittadin* democratic* e consapevole di questa Repubblica:
Serra, Achille: poliziotto, attualmente Prefetto di Roma; deputato di Forza Italia nella XIII Legislatura (09/05/1996 – 29/05/2001). Uno dei grandi eventi per cui è stato chiamato in causa di recente è stata la mattanza degli inermi tifosi del Manchester UTD a Roma, prima durante e dopo la partita Roma - Man UTD (aprile 2007), su cui il Governo del Regno Unito ancora indaga. Del Vecchio, Mauro: generale dell’esercito italiano; si è recentemente distinto in azioni di guerra in Kosovo (1999) e Afghanistan (2005-‘06). Calearo, Massimo: segretario di Federmeccanica; leggere i suoi discorsi per credere: sembra una figura di "padrone" uscita da un romanzo di Dickens in versione postmoderna.
Leggo Repubblica.it e mi viene il dubbio d’essere io il marziano e non il Pd un partito compiutamente conservatore e neo-clericale. Sulla home page di oggi, in taglio basso, un articolo sull’avvincente dibattito laici-cattolici nel Pd, riportava la seguente dichiarazione di Veltroni: “Valori come la famiglia, la dignità della persona umana, i limiti che la scienza deve porsi interpellano tutti. Solo una visione superficiale può considerare queste sollecitazioni come interferenze o ingerenze”, e dunque quella della Chiesa cazzolica “non sono ingerenze ma sollecitazioni”. A parte “l’uso sconsiderato del vocabolario”, come direbbero gli OfflagaDiscoPax, da quando Veltroni si fa dettare le dichiarazioni da Ruini? Ah sì, forse durante le sedute di cilicio con la senatrice GaBinetti. Questa spericolata corsa a destra e la continua estenuante mediazione al ribasso non cancellano il conflitto. Il conflitto esiste e una politica democratica dovrebbe alimentarlo e non omogeneizzarlo in un velenosissimo pastone. Grazie dunque alle compagne del SexyShock di Bologna che stanno promuovendo la campagna “Adotta un consultorio”, per un rilancio della 194 attraverso la funzionalità effettiva di uno strumento decisivo per l’autonomia delle donne, e per una sanità pubblica efficace. Pubblico, ricordate il concetto? Funzionale, egualitario, diffuso!
Scrivono dal collettivo SrexyShock: Le donne di carta apparse ieri notte sui muri dei consultori di Bologna sono tante e diverse come le donne in carne e ossa! Donne diverse che fanno scelte diverse sulla loro sessualità, sulla maternità, sulla contraccezione, sulla salute. Donne che hanno desideri ed esperienze, storie di vita e relazioni, donne che quotidianamente, ognuna con la propria sensibilità, prendono decisioni, grandi e piccole, fanno mediazioni, si inventano percorsi di autonomia, praticano la libertà e la responsabilità.
Per leggere dell'iniziativa il link èquestoe per il kit delle donne di carta da appiccicare nelle nostre città il link èquesto.
Allevatori che vedono morire le proprie pecore per la diossina. Un educatore ambientale che lotta contro i crimini ambientali. Contadini che coltivano le terre inquinate per la vicinanza di discariche.
Storie di denuncia e testimonianza del massacro di un territorio.
Siamo in Italia, nella regione Campania dove sono presenti 1200 discariche abusive di rifiuti tossici. Sullo sfondo una camorra imprenditrice che usa camion e pale meccaniche al posto delle pistole.
Una camorra dai colletti bianchi, imprenditoria deviata ed istituzioni colluse, raccontata da un magistrato che svela i meccanismi di un’attività violenta che sta provocando più morti, lente nel tempo, di qualsiasi altro fenomeno criminale.
Ci siamo chiesti come sia possibile che nel 2007, in Italia, si possa vivere così…
Il problema dei rifiuti investe meccanismi ampi e complessi che riguardano la politica, l'economia, la criminalità, la salute pubblica e che interessano non solo la Campania, ma l'intero Paese .
Noi in qualche modo abbiamo cercato di raccontarlo, partendo da Acerra, Qualiano, Giugliano, Villaricca, comuni a 25 km da Napoli....
Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio, Peppe Ruggiero (autori del documentario)
A cavallo tra 2007 e 2008 ho letto un romanzo avvincente, a tratti commovente: Il mosaico del tempo grande di Carmine Abate. In poco più di 200 pagine, muovendosi in una vorticosa triangolazione Calabria-Albania-Olanda, la narrazione scava nelle viscere d'Europa e del complesso mosaico spazio-temporale delle sue storie individuali e collettive. Alla fine della storia Michele, il giovane protagonista nato in una comunià calabrese arbereshe e appena laureato, decide di partire per Amsterdam con la sua fidanzata albanese-olandese:
"Dicono che sono un ciòto, che se parto poi non ritorno più, che un laurjato non può partire come un qualsiasi germanese ché allora il sacrificio grande di una vita non n'è valùto la pena..."
Ed è impossibile non ripensare ad un altro dicembre trascorso a salutare e/o ristabilire un contatto con gli amici che da qualche anno, appena laureati, hanno lasciato questo Sud in cerca di un Nord che prospettasse condizioni economiche ed esistenziali più degne. Canada, Stati Uniti, Germania, Italia del Nord ("Altitalia", come viene chiamata nel testo di Abate). Confesso che c'è qualcosa di sempre più straziante e anche logoro in questo rituale del saluto natalizio all'emigrante. Come se il senso della perdita lentamente declinasse verso una conuetudine un po' cerimoniosa.
E mi fermo a pensare che (forse) nulla è cambiato dalla partenza dei vari "germanesi" dal Secondo dopoguerra. Solo che i germanesi della mia generazione, come il Michele del romanzo, sono tutti laureati. Le implicazioni sono tante; tengo conto anche del fatto che senza movimenti e spostamenti l'umanità si esaurirebbe. Ma c'è poca discussione in Italia sull'emorragia demografica meridionale e sulla qualità di questi flussi. Scrive Curzio Maltese nell'introduzione del suo I padroni delle città:
"Da vent'anni trionfa una Questione settentrionale in buona parte immaginaria, trampolino di lancio per le fortune politiche di qualche demagogo. Intanto la Questione meridionale marcisce nella totale indifferenza".
Per fortuna il 2007 è stato anche un anno di nascite tra gli amici e simpatizzanti delle 'camere separate'. Non credo nella "mistica della nascita" che oggi, in Italia, va di pari passo con la "mistica della famiglia tradizionale" e il trionfo ipocrita e conservatore di non si capisce più quali "valori tradizionali"; non a caso il 2007 è stato anche l'anno di nascita del Pd... Però la venuta al mondo di Delia, Francesca, Hadrien e Noa mi tiene ostinatamente ancorato alla speranza e alla necessità di pensare un cambiamento.
Partorito dalle sfavillanti menti e corpi delle Comunicattive e del Sexyshock, è un comunicato che condensa molte delle riflessioni che hanno accompagnato la preparazione a questa manifestazione di domani contro la violenza sulle donne(se volete potete sottoscriverlo qui). E' proprio così, una manifestazione è quello che ci vuole, ma non basta. Bisogna moltiplicare gli spazi, disseminare le pratiche, aprire squarci nell'asfissiante silenzio e riaccendere la critica. A domani, per chi ci sarà! con tutto il cuore deceptacon
NON TI SCORDAR DI ME contro la violenza c'è bisogno di una politica inclusiva, reti e condivisione
Una manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne è proprio quello che ci vuole, soprattutto in questi brutti tempi.
Da anni lavoriamo nei nostri territori sulla violenza di genere: machista e misogina ma anche omofoba e transfobica, puntando strategicamente le nostre energie sul piano della produzione di immaginario, ben consapevoli che la violenza non e' il mostruoso, l'alieno, l'altro da noi, ma e', per l'80%, la normalita' delle relazioni di potere dentro la famiglia. La violenza e' un aspetto strutturale della cultura socialmente condivisa, quella che ci costruisce come donne e uomini, produce i corpi e li normalizza, li riconduce a rigidi ruoli di genere, come fossero un destino.
Lavoriamo per tentare di svelare le retoriche securitarie che costruiscono le donne - quelle "per bene" - come soggetto debole, da proteggere, da salvare, soggetto della paura. La stessa logica che specularmente autorizza ad esercitare violenza, o tollerare quella altrui, sul corpo delle donne se camminiamo di notte per la citta' con i tacchi a spillo, rinchiudendoci nello stereotipo delle "donne per male", che "se la cercano".
Lavoriamo per smontare lo schema della vittima, del bruto e del salvatore, dove spesso il bruto viene "etnicizzato" e la donna vittimizzata per giustificare politiche razziste e persecutorie. Aggiungendo violenza alla violenza.
Dell'appello alla manifestazione "contro la violenza maschile sulle donne" del 24 novembre a Roma condividiamo quindi la presa di posizione antirazzista, l'idea che la violenza contro le donne non sia devianza di singoli, cosi' come la volonta' di rigettare le strumentalizzazioni a fini securitarie. Molte di noi hanno deciso di partecipare attivamente alla manifestazione, nonostante le critiche mosse al metodo con cui essa e' stata organizzata e all'impostazione che ha assunto. Alcune hanno invece deciso di non partecipare. A prescindere dalla scelta di essere o non essere a Roma, tutte noi, in modo significativo, continuiamo a interrogarci sui contenuti e le modalita', sugli obiettivi e sulle strategie, tenendo vivo un dibattito di estrema importanza. Secondo noi il senso di una manifestazione, che sappiano, da sola, non puo' risolvere la complessa rete di fattori che genera la cultura della violenza contro le donne, sta nella visibilita' pubblica che produce, nella moltiplicazione della partecipazione collettiva, nei meccanismi di comunicazione che innesca. Riteniamo quindi che la manifestazione del 24 debba dare un forte segnale di protagonismo delle donne ponendosi al contempo come uno spazio per connettere i tanti progetti e le molteplici reti di donne, ma anche quelle maschili (purtroppo ancora poche) che lavorano contro la violenza quotidianamente, con i propri strumenti e linguaggi. In questo senso troviamo riduttiva la scelta del separatismo come strategia politica tout court, compiuta per altro con modalita' assembleari molto lontane dal metodo del consensoche ci piacerebbe praticare nella costruzione di relazioni e reti politiche. E' una scelta che viviamo come non rappresentativa dei nostri percorsi e della pluralita' di pratiche e di femminismi, potenzialmente escludente, soprattutto poco efficace rispetto all'obiettivo di una "battaglia culturale che sconfigga una volta per tutte patriarcato e maschilismo." Battaglia culturale che necessita di un forte ed efficace movimento contro la violenza alle donne basato su un ampio raggio di alleanze: dalla vicina di casa capace di percepire il dramma che si sta svolgendo nella porta accanto, ai finanziamenti ai centri antiviolenza, alle esperienze dei corsi di autodifesa. L'efficacia politica sta nel moltiplicarsi di spazi e strategie contro la violenza che parlino a tutte, e a tutti, perche' purtroppo anche le donne riproducono la cultura della violenza. Perche' se gli uomini non s'interrogano su come il patriarcato impone loro un ruolo che non ha nulla di naturale e non si responsabilizzano rispetto alla violenza, e' difficile che la battaglia culturale possa essere vinta. Ci vedremo a Roma, ognuna con le sue pratiche e i suoi percorsi con la speranza che il dibattito e il confronto proseguano anche dopo. NON TI SCORDAR DI ME contro la violenza c'è bisogno di una politica inclusiva, reti e condivisione Una manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne è proprio quello che ci vuole, soprattutto in questi brutti tempi. Da anni lavoriamo nei nostri territori sulla violenza di genere: machista e misogina ma anche omofoba e transfobica, puntando strategicamente le nostre energie sul piano della produzione di immaginario, ben consapevoli che la violenza non e' il mostruoso, l'alieno, l'altro da noi, ma e', per l'80%, la normalita' delle relazioni di potere dentro la famiglia. La violenza e' un aspetto strutturale della cultura socialmente condivisa, quella che ci costruisce come donne e uomini, produce i corpi e li normalizza, li riconduce a rigidi ruoli di genere, come fossero un destino. Lavoriamo per tentare di svelare le retoriche securitarie che costruiscono le donne - quelle "per bene" - come soggetto debole, da proteggere, da salvare, soggetto della paura. La stessa logica che specularmente autorizza ad esercitare violenza, o tollerare quella altrui, sul corpo delle donne se camminiamo di notte per la citta' con i tacchi a spillo, rinchiudendoci nello stereotipo delle "donne per male", che "se la cercano". Lavoriamo per smontare lo schema della vittima, del bruto e del salvatore, dove spesso il bruto viene "etnicizzato" e la donna vittimizzata per giustificare politiche razziste e persecutorie. Aggiungendo violenza alla violenza. Dell'appello alla manifestazione "contro la violenza maschile sulle donne" del 24 novembre a Roma condividiamo quindi la presa di posizione antirazzista, l'idea che la violenza contro le donne non sia devianza di singoli, cosi' come la volonta' di rigettare le strumentalizzazioni a fini securitarie. Molte di noi hanno deciso di partecipare attivamente alla manifestazione, nonostante le critiche mosse al metodo con cui essa e' stata organizzata e all'impostazione che ha assunto. Alcune hanno invece deciso di non partecipare. A prescindere dalla scelta di essere o non essere a Roma, tutte noi, in modo significativo, continuiamo a interrogarci sui contenuti e le modalita', sugli obiettivi e sulle strategie, tenendo vivo un dibattito di estrema importanza.
Secondo noi il senso di una manifestazione, che sappiano, da sola, non puo' risolvere la complessa rete di fattori che genera la cultura della violenza contro le donne, sta nella visibilita' pubblica che produce, nella moltiplicazione della partecipazione collettiva, nei meccanismi di comunicazione che innesca.
Riteniamo quindi che la manifestazione del 24 debba dare un forte segnale di protagonismo delle donne ponendosi al contempo come uno spazio per connettere i tanti progetti e le molteplici reti di donne, ma anche quelle maschili (purtroppo ancora poche) che lavorano contro la violenza quotidianamente, con i propri strumenti e linguaggi.
In questo senso troviamo riduttiva la scelta del separatismo come strategia politica tout court, compiuta per altro con modalita' assembleari molto lontane dal metodo del consensoche ci piacerebbe praticare nella costruzione di relazioni e reti politiche. E' una scelta che viviamo come non rappresentativa dei nostri percorsi e della pluralita' di pratiche e di femminismi, potenzialmente escludente, soprattutto poco efficace rispetto all'obiettivo di una "battaglia culturale che sconfigga una volta per tutte patriarcato e maschilismo."
Battaglia culturale che necessita di un forte ed efficace movimento contro la violenza alle donne basato su un ampio raggio di alleanze: dalla vicina di casa capace di percepire il dramma che si sta svolgendo nella porta accanto, ai finanziamenti ai centri antiviolenza, alle esperienze dei corsi di autodifesa.
L'efficacia politica sta nel moltiplicarsi di spazi e strategie contro la violenza che parlino a tutte, e a tutti, perche' purtroppo anche le donne riproducono la cultura della violenza. Perche' se gli uomini non s'interrogano su come il patriarcato impone loro un ruolo che non ha nulla di naturale e non si responsabilizzano rispetto alla violenza, e' difficile che la battaglia culturale possa essere vinta.
Ci vedremo a Roma, ognuna con le sue pratiche e i suoi percorsi con la speranza che il dibattito e il confronto proseguano anche dopo.