stories from the city, stories from the sea
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"non immaginate che si debba essere tristi per essere militanti, anche se quello che si combatte è abominevole. E' il legame del desiderio con la realtà a possedere una forza rivoluzionaria"
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quanta spontaneità nei nostri modi schietti, nelle movenze, i completini perfetti; quando uno è naturale è naturale...
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Sono settimane che rimugino, prevalentemente in silenzio. Mi dico: Cerchiamo di non farci sommergere, cerchiamo di essere vigili, cerchiamo di restare vivi senza chiuderci nel ‘privato’, ‘al sicuro’ di una casa, di ‘case’, di appartenenze di comodo. Cerchiamo di non farci sommergere, ci dobbiamo provare; anche cercando di mantenere in vita queste 'camereseparate' di libertà: una modesta finestrella aperta sull’esodo.
Quello che sta avvenendo in Italia è abominevole. Ed è ancora più aberrante ed agghiacciante che non vi sia nessuna opposizione politica, sociale e culturale. Cerchiamo di non vergognarci di dirci in opposizione radicale con chiunque usi, nello stesso periodo, le parole 'modernizzazione' e 'sicurezza'. No. Non è il 1938 ma quasi. Noi italiani abbiamo il ‘vizietto’ del lager, prima (molto prima) che il nazismo ne facesse una cifra di governo. Non è il 1938, ma vi sono linee di continuità spaventose: i pogrom contro i rom, l’idea (comunque anticostituzionale) che una legge stabilisca che qualcun* è illegale, le aggressioni fasciste al circolo di cultura omosessuale Mario Mieli e ai negozi tenuti da stranieri a Roma, le aggressioni dei giorni scorsi di frange neofasciste alla Sapienza dicono che gli argini si sono rotti: è come se la vittoria di Alemanno avesse sturato una fogna che deborda, e deborda; e il tutto alla luce del sole… Mi dico: Bisogna dire no anche a chi avvalla nella sua mediocrità neocentrista la macelleria sociale preparata dal governo dichiarandosi disponibile a sedersi al tavolo con questi figuri, per non si capisce bene quali riforme. No.
Se alziamo lo sguardo e usciamo da questo gulag di provincia in cui ci vuole rintanare il veltrusconismo vediamo che il delirio è globale: le nuove leggi contro le migrazioni in preparazione a Bruxelles/Strasburgo che trasformeranno (definitivamente) l’UE in un enorme bunker militarizzato in cui è ben accetto solo chi liberamente si fa brutalizzare dal lavoro, e le mattanze contro i migranti in Sudafrica ci dicono che l’uscita dalla violenza passa solo attraverso nuove lotte per i diritti. Il capitalismo non può rimanere un’indistruttibile gabbia d’acciaio, nessun essere umano è illegale.

[...] La precarietà picchia duro, nel lavoro e nella vita. Non è “sfiga”. Non è cosa passeggera. Non è un problema sociale tra gli altri ne' un titolo di un giornale. Non è semplicemente la perversa proliferazione di contratti atipici ne' un dazio che le giovani generazioni sono costrette a pagare per entrare nel mercato del lavoro.
È il modo contemporaneo di produrre la ricchezza, di sfruttare il lavoro, di asservire ogni stilla della nostra vita al profitto delle imprese. La precarizzazione è la crisi della rappresentanza politica e sindacale del lavoro e nel sociale, e segna un punto sulla linea del tempo rispetto al quale non si può tornare indietro. È il punto da cui è necessario ripensare e sperimentare nuove forme e strategie di lotta; contro lo sfruttamento, le gerarchie e le povertà.
Una lotta che parli chiaro e a voce alta, perché ricca di tutto ciò che la precarizzazione nega e riduce al silenzio. Negli ultimi anni, l'EuroMayDay ha costruito, in Italia e in Europa, uno spazio politico e sociale, condiviso, in cui la presa di parola e il protagonismo dei precari e delle precarie, senza mediazioni e mediatori, ha sperimentato forme inedite di visibilità, comunicazione e conflitto.
Ma la Mayday è un processo sociale che si evolve di anno in anno, per tutto l'anno, e questa edizione, a Milano, rilancia a partire dal protagonismo dei migranti. Il lavoro migrante rivela i segreti della precarizzazione. Il controllo dei confini produce gerarchie spesso razziste tra regolari e irregolari, tra buoni e cattivi, criminalizzati dalle retoriche della guerra e della sicurezza che servono solo a non parlare di coloro che di lavoro muoiono, senza nessuna sicurezza.
La specificità dei migranti è vivere una doppia precarietà. Dentro e fuori i luoghi di lavoro il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro li ricatta, i Cpt e le espulsioni li minacciano costantemente. La loro condizione riguarda però tutto il lavoro, è una leva fondamentale della precarizzazione perché alimenta la frammentazione, perché riduce gli spazi di libertà e le possibilità di lotta. Ma in questi anni il protagonismo dei migranti ha prodotto esperienze significative di lotta autonoma in nome della libertà di movimento. [...]
Solo chi cade può risorgere, solo per chi è disperato è stata inventata la speranza, le citazioni consolatorie possono essere tante.
Personalmente, non credo abbiamo bisogno di consolazioni, ma di capire che la ragione profonda della sconfitta senza precedenti di queste elezioni (scomparsa parlamentare della Sinistra Arcobaleno, e maggioranza senza precedenti di Berlusconi), è dipesa da qualcosa che va oltre la politica, oltre le responsabilità dei leader Veltroni e Bertinotti, e scopre un deficit di cultura.
Un paese passivo, perfettamente malleabile dal potere. Penso in primo luogo allo scarto tra le previsioni (e il comportamento da candidato americano, imperativo categorico l'ottimismo) di Walter Veltroni e i risultati. Prima di comunicare, applicando con zelo le migliori tecniche e i migliori slogan americani, bisogna aver capito la realtà; e per capire la realtà bisogna essere aperti al mondo. Semplificare non aiuta: può rivelarsi un pericoloso autoinganno, consistente nel tagliare - considerandola trascurabile - la parte di realtà che non rientra nei propri schemi. Il Partito democratico deve perciò riflettere seriamente sulla democrazia. Non dico ripartendo da La libertà comunista di Galvano della Volpe, ma quasi. La democrazia non consiste nell'unità del proprio gruppo parlamentare, altrimenti il Pci di Togliatti sarebbe stato il massimo. Non c'è democrazia senza conflitto. Il conflitto ha una funzione insostituibile nella società (e dunque anche nei partiti che vogliono rappresentarla), consente l'espressione politica delle ragioni di disagio. Ecco perché la democrazia non consiste nella compattezza della maggioranza, nelle ossessioni della governance e della durata, nell'utopia della politica pura, quasi al di sopra delle parti . Ma - esattamente al contrario - nella discussione, nella partecipazione, nell'autogestione, nella politica che entra schierandosi in ogni piega della società, che mette in luce il rimosso e lo scomodo. Non è una cosa nuova. Mi pare fosse già la strada che indicava il '68, col suo spostamento dell'asse della politica nella direzione delle libertà civili (il personale è politico) - qualcosa che in Italia è stato abbandonato dopo i referendum su divorzio e aborto, come schiacciata dal peso economico - simbolico dell' austerità - e che invece costituisce l'appeal profondo della Spagna di Zapatero. È la strada che può sicuramente riportare l'Italia in Europa, piuttosto che coltivare l'illusione (metà dimessa metà luciferina) di una via italiana diversa da tutte le altre, ennesima rivisitazione in calando dell'impossibile ossimoro del «compromesso storico». La cultura italiana è oggi subordinata rigidamente al politico. Dalla Rai di Petruccioli a quel che resta dell'ex Hollywood sul Tevere e del cinema italiano, dai teatri pubblici affidati a manager anziché ad artisti (con la correzione mediatica della presenza in veste di consulenti-testimonial di popolari volti noti ) alle Soprintendenze ai Beni Culturali mortificate e subordinate gerarchicamente... Le è perciò impossibile esercitare la sua funzione specifica: costruire mondi autonomi, possibilmente anche conflittuali tra loro (torna la parola conflitto, insostituibile in ogni concezione democratica )... Se si nega la legittimità e l'importanza del conflitto, se si pensa che la governabilità sia già un valore in sé, e che per facilitarla si debbano ricercare o addirittura costruire valori comuni, si nega proprio la libertà della cultura. La si trasforma in qualcosa d'altro, in educazione delle masse, in strumento di comunicazione simbolica dei progetti del potere. Qualcosa di troppo pesante per l'effimero, e di troppo leggero per competere con le culture forti del mondo, intimamente estraneo alla nostra contemporaneità, che puzza fortemente di vecchio. E che scade facilmente nel grottesco: ho ritrovato tutto l'americano del Kansas City di Alberto Sordi, nel grottesco jingle «I am Pd». Ho votato Veltroni, e in questa serie di sbagli non penso di aver sbagliato a farlo: ma, se lo avessi ascoltato prima, non so se avrei avuto la forza di farlo. Come Nanni Moretti (Palombella Rossa, un film profetico), credo che «chi parla male pensa male».
Telencefali, telemarketing e televoti.
Un post nato contro il panico
Telencefali
L’amigdala, ci spiegava un bravo professore della ssis la settimana scorsa, è un’area che si nasconde in qualche luogo del telencefalo e da lì regola l’ansia, interferisce con l’ippocampo e quindi con la memoria, dando origine a quei noti blocchi, vuoti, buchi neri che qualunque studente conosce bene. È da ieri che la mia amigdala sta facendo le bizze: non ne vuole sapere di farmi concentrare, neanche per leggere il giornale come si deve, tanto meno per lasciarmi lavorare alle cose che devo assolutamente portare a termine. Ed è così che nasce questo post sconclusionato, un modo per allontanare il baratro senza lo xanax, come dicono questi tre e anche per lanciare ufficialmente il primo concorso di questo blog!
Telemarketing
Tutta la vita davanti: quante volte me lo sono sentita ripetere, insieme a tante altre pillole di saggezza che giungono puntuali quando cerco di far capire cosa significa il precariato nella realtà delle vite e nella quotidianità logorante e che vanno dal “tutti abbiamo fatto la nostra gavetta” al “ma da che vi lamentate: i vostri nonni lavoravano in miniera”, fino a risposte che vorrebbero essere di incoraggiamento, ma che finiscono con l’essere un modo sbrigativo per dire che come sei riuscita a cavartela fino ad ora, così ce la farai anche domani e dopodomani, mentre magari tu ti stai sforzando di fare un discorso più ampio che non riguarda solo te ma l’organizzazione sociale in generale.
Ora che incomincio ad avere “quasi” tutta la vita davanti, un film come quello di Virzì mi tocca e riesce persino a commuovermi. Sarà stato anche quello per colpa dell’amigdala impazzita? Cero è un film a volte sopra le righe, altre retorico e altre ancora che rischia di cadere nella macchietta e nella favola, ma è riuscito a sfiorare alcune mie corde molto sensibili al momento: dal mortale abbraccio gerontocratico in seduta di laurea ai penosi incontri con i vecchi amici in cui vien fuori gli unici laureati fanno i lavori peggiori, dall’impotenza e la distanza dei vecchi sindacati alla descrizione meticolosa del particolare tipo di alienazione che certi lavori portano con sé. Per certi versi è sembrato un film meno “politico” dello splendido “In questo mondo libero” di Ken Loach, pur seguendone alcune linee, prima fra tutte quella della femminilizzazione della precarietà, intesa non solo come mancanza di diritti o presenza delle donne, ma anche con il cambiamento delle stesse modalità di lavoro. In compenso Virzì riesce a cogliere alcuni aspetti che riguardano specificamente la società italiana, soprattutto quel linguaggio - non solo verbale ma fatto anche di abiti, tatuaggi, gesti e coreografie - che dalla televisione si irradia a ogni livello. Come nella scena delle premiazioni aziendali, in cui una giovane lavoratrice non si sa se più hostess, velina o jeune-fille, descrive il portachiavi vinto dalla protagonista, con una intonazione e una voce che mi hanno istantaneamente riportato alla memoria i pomeriggi di bambina a casa di mia nonna con l’immancabile Ok il prezzo è giusto.
Adesso mi è venuta voglia di leggere il libro a cui è ispirato il film: “Il mondo deve sapere”, scritto da Michela Murgia a partire dalla sua esperienza di lavoro nel call center di una ditta produttrice di aspirapolveri. E poi mi piace pensare a quel titolo come svincolato da un complemento oggetto: il mondo intero deve sapere, non questa o quella cosa, ma deve continuare ad avere voglia di conoscere, porsi interrogativi, esercitare la critica. Perché ci sia sempre qualcuno, come la bambina alla fine del film, che sogni di fare filosofia da grande…
Televoti
La cabina elettorale vi sta stretta? A Veltroni e Berlusconi preferite l’insalata? A Bertinotti l’uva passa che vi dà più calorie? Ecco qui un giochino che vi dà l’illusione di una certa partecipazione decisionale attiva e vi aiuta ad ingannare il tempo nell’attesa dei primi exit-poll: name the cat! Le camereseparate stanno per adottare un piccolo cucciolo di gatto, o meglio di gatta. Una micina di appena tre settimane dal pelo un po’ indeciso: tigrato, ma anche a macchie bianche e un musetto tenerissimo. Da brava gatta 2.0 il suo nome sarà frutto di un percorso partecipato, in consonanza con lo spirito dei creative commons. Vi butto giù delle indicazioni, ma voi sentitevi liber* di lanciare le proposte più strampalate. Al vincitore un pezzo di focaccia con le melanzane autoprodotto da deceptacon e una foto in esclusiva della micia (non quella di deceptacon, ovviamente).
Ecco i nomi che sono apparsi in questi giorni, in ordine alfabetico:
1) Adua
2) Aphra
3) Attila
4) Circe
5) Felix
6) Frida
7) Gatta
8) Giap
9) Gilles
10) Gina
11) H
12) Malika
13) Margot
14) Onan
15) Osama (non si accettano le varianti Obama o Osanna)
16) Panda
17) PC
18) Pixie
19) Q
20) Teheran
21) Tiqqun

“Dai microfoni su piazza e in tv. Tutto di basso profilo, qualche bugia, qualche furberia ma il quadro è chiaro. È il momento di pensare da soli, elettori maschi e femmine e giovani che avranno la scheda per la prima volta. Non affidiamoci agli umori, quelli che piacciono ai sondaggi. Come è successo al tempo del «Silvio facci sognare», lo slogan più scemo del secolo. Siamo alfabetizzati, abbiamo non solo speranze e delusioni ma comprendonio e memoria.
Gli elementi per valutare a chi dare il voto ci sono tutti, nel presente e nel passato prossimo. […] Per conto mio, tanto perché sia chiaro, voterò Bertinotti. So bene che la Sinistra Arcobaleno non ha dato tutte le risposte, ne ha date, siamo sinceri, solo alcune. Ma è la sola ad avere posto questi problemi. Ed è per questo che la si vuole cancellare dalla scena politica. Il più accanito sembra il Pd, come succede quando si ha che fare con il proprio passato, che non si riesce a elaborare e si vorrebbe liquidare. Bisogna essere ben obnubilati dalla passione, e forse da una certa angoscia, per accusare Bertinotti di aver «segato» l'albero di Prodi. Come fosse stato lui ad averlo fatto cadere, invece che Mastella, Dini e soci.
Lasciamo andare. Io voto Bertinotti perché voglio che una sinistra seria e non pentita resti su piazza. E perché la Sinistra Arcobaleno intende rielaborare tutto quello di cui sopra, e prima, e altro. Non sarà semplice, non dovranno essere loro soli. Tutti portiamo qualche livido addosso. Ma non siamo morti, né staremo zitti.”
[Rossana Rossanda, Pensiamoci – “il manifesto”, 07-04-2008]
“Allora votare per quel che passa il convento, visto che al gioco elettorale bisogna partecipare secondo le regole e i limiti elettorali. Perché non votare è già un voto, proprio come non decidere è una decisione. Voterò quindi Sinistra arcobaleno, sapendo però che il centro dello scontro politico oggi si situa altrove, e ricordando che mai un parlamento eletto ha approvato «buone leggi» senza una forte pressione dall'esterno. Tutte le riforme degne di questo nome, dal voto alle donne conquistato dalle suffragette, alle ferie pagate del fronte Popolare, allo statuto dei lavoratori dell'autunno caldo, al divorzio e all'aborto, tutto è avvenuto solo su pressione esterna da parte di movimenti di piazza, violenti e non violenti.
Il voto non cambierà molto (anche se un esito diverso negli Usa avrebbe forse risparmiato al mondo una guerra in Iraq). Però con le elezioni avviene quel che capita con le «libertà formali» che non rendono davvero liberi, ma la cui assenza rende davvero schiavi. Così il voto ha scarsa influenza, ma le società che non votano stanno parecchio peggio. Accettiamo quindi di (ap)portare la nostra croce.”
[Marco D’Eramo, La crocetta del cittadino – “il manifesto”, 08-04-2008]
8 Marzo
In attesa di ricevere e postare le foto del LOTTO marzo barese di lotta in cui abbiamo distribuito prezzemolo, letto testimonianze e ballato, vi linko questo bel set di immagini della manifestazione di bologna, scattate da Maurizio Cecconi. Ah se questo palloncino potesse portare via con sè i vari Ferrara, Ratzinger e Ferretti!

deceptacon
194: adotta un consultorio!
Leggo Repubblica.it e mi viene il dubbio d’essere io il marziano e non il Pd un partito compiutamente conservatore e neo-clericale. Sulla home page di oggi, in taglio basso, un articolo sull’avvincente dibattito laici-cattolici nel Pd, riportava la seguente dichiarazione di Veltroni: “Valori come la famiglia, la dignità della persona umana, i limiti che la scienza deve porsi interpellano tutti. Solo una visione superficiale può considerare queste sollecitazioni come interferenze o ingerenze”, e dunque quella della Chiesa cazzolica “non sono ingerenze ma sollecitazioni”. A parte “l’uso sconsiderato del vocabolario”, come direbbero gli OfflagaDiscoPax, da quando Veltroni si fa dettare le dichiarazioni da Ruini? Ah sì, forse durante le sedute di cilicio con la senatrice GaBinetti. Questa spericolata corsa a destra e la continua estenuante mediazione al ribasso non cancellano il conflitto. Il conflitto esiste e una politica democratica dovrebbe alimentarlo e non omogeneizzarlo in un velenosissimo pastone. Grazie dunque alle compagne del SexyShock di Bologna che stanno promuovendo la campagna “Adotta un consultorio”, per un rilancio della 194 attraverso la funzionalità effettiva di uno strumento decisivo per l’autonomia delle donne, e per una sanità pubblica efficace. Pubblico, ricordate il concetto? Funzionale, egualitario, diffuso!
Scrivono dal collettivo SrexyShock:
Le donne di carta apparse ieri notte sui muri dei consultori di Bologna sono tante e diverse come le donne in carne e ossa! Donne diverse che fanno scelte diverse sulla loro sessualità, sulla maternità, sulla contraccezione, sulla salute. Donne che hanno desideri ed esperienze, storie di vita e relazioni, donne che quotidianamente, ognuna con la propria sensibilità, prendono decisioni, grandi e piccole, fanno mediazioni, si inventano percorsi di autonomia, praticano la libertà e la responsabilità.
Per leggere dell'iniziativa il link è questo e per il kit delle donne di carta da appiccicare nelle nostre città il link è questo.
Sono giorni difficili. Sarà l’assenza di deceptacon, sarà che la campagna elettorale fa piovere cacche, patacche, Pd, Pdue, Pdl e le stronzate del mostro a due teste, il Veltr(usc)oni. Stronzate, come l’ossessione veltroniana per la “crescita”. È mai possibile che dopo oltre un decennio di discussione sulla “decrescita” ci si presenti alle folle armati di tricolore predicando innovazione a colpi di crescita?! Davanti allo scempio della spazzatura e all’insostenibilità dei consumi energetici? Per non parlare del presunto virtuosismo delle imprese italiane che “si sono ristrutturate, hanno tirato la cinghia, hanno sofferto, si sono internazionalizzate”… forse voleva dire che hanno “delocalizzato”? Stronzate e confuzione. A profusione.
Per cercare linee di fuga dalla “crescita”, nel mio stereo, da giorni, faccio girare a palla due dischi bellissimi: Amen dei Baustelle e Bachelite degli OfflagaDiscoPax. Dischi e band dai destini incrociati: le precedenti uscite erano state quasi simultanee (2005) e oggi deflagrano nella campagna elettorale come bombe al napalm. Un modo alternativo di raffigurare la realtà raccontando una costellazione di sconfitti ma non vinti, con un’umanità mai riducibile a qualsiasi logica del profitto. Tra suoni power-pop e new wave variamente assortiti, arrivano fendenti lirico-polemici.
Non si può predicare di futuro liquidando le Storie:
“All’epoca mia venivi al mondo e la libertà non esisteva. E la Prima Guerra era finita. Fiume era già stata conquistata. Alle scuole elementari c’era poco da scherzare. Si rideva e si ballava solo per la mietitura. All’epoca mia il telefono non c’era. Mi arruolarono. Era quasi primavera. E le radio ci trasmettevano canti di paura. Da cantare quando è sera. Quindi disertai. Era il ’43.” (Baustelle, “L’uomo del secolo”)
“Francesca Mambro fu protagonista dell’eversione nera degli anni ’70 e si è presa qualche ergastolo per omicidi organizzati, realizzati, rivendicati, confessati, ma si è dichiarata innocente rispetto alla strage di Bologna. Francesca Mambro era ieri come oggi la donna di “Giusva” Fioravanti, un tizio colpevole di decine di delitti a sfondo labilmente politico. Delitti diventati famosi per la ferocia e la facilità con cui vennero commessi, spesso a danno di gente che nulla aveva a che fare con le sue “cause” e a volte dettati dalla follia piuttosto che da un qualche credo neofascista. […] La signora Mambro e il camerata Fioravanti sono fuori di galera. Fa male ammettere che al momento vincono due a zero.” (OfflagaDiscoPax, “Sensibile”)
E sono spesso Storie di ordinaria provincia a disegnare traiettorie che incrociano grandi eventi politico-sociali:
“La Golf che sto comprando è un modello piuttosto frusto ma non sembra così vecchia. Ne ho bisogno e costa poco. Le cose sono già cambiate. Non ha nemmeno la quinta. La quinta marcia. Me ne accorgo dopo avere fatto il passaggio di proprietà. Al primo temporale scopro che le guarnizioni delle portiere sono consumate. Entra acqua. Poca. Sufficiente per dare all’abitacolo un persistente odore di muffa.” (OfflagaDiscoPax, “Dove ho messo la Golf?”)
“Che cosa resta di noi che scopiamo nel parcheggio. Cosa resta di noi: un rottame di Volkswagen. Il ricordo, si sa, trasfigura la realtà. La verità se ne sta sulle stelle più lontane. Ci rimane una città. Un lavoro sempre uguale. Una canzone che fa sottofondo all’Indecifrabile.” (Baustelle, “Aeroplano”)
Ma le lacerazioni del tempo non si suturano millantando nuove stagioni:
“E’ inevitabile. Anna pensa di soccombere al Mercato. Non lo sa perché si è laureata. Anni fa credeva nella lotta, adesso sta paralizzata in strada. Finge di essere morta. Scrive con lo spray sui muri che la catastrofe è inevitabile. Vede la Fine. In metropolitana. Nella puttana che le si siede a fianco. Nel tizio stanco. Nella sua borsa di Dior. Legge la Fine. Nei sacchi dei cinesi. Nei giorni spesi al centro commerciale. Nel sesso orale. Nel suo non eccitarla più. Vede la Fine in me che vendo dischi in questo modo orrendo. Vede i titoli di coda nella Casa e nella Libertà.” (Baustelle, “Il liberismo ha i giorni contati”)
“Un pompino in cambio di un Toblerone. I condomini I.A.C.P. negli anni ottanta di una città filosovietica riservavano economie alternative molto convincenti. E quel terrore, quella sorpresa di una scoperta così mistica e quel campetto – che poi vide morire un’intera generazione di oppiacei e malattie conseguenti – mi regalarono un momento che per tutti gli anni a venire, se così si può dire, accese le mie fantasie.” (OfflagaDiscoPax, “Condominio I.A.C.P.”)
Io non voglio crescere. Andate a farvi fottere!

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